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Un’Europa più forte nel mondo

Contesto

“Nella vita delle nazioni, di solito, l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile. La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sostenere i costi di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è tra indipendenza e unione; è tra esistere uniti e lo scomparire […]”.

Queste parole, pronunciate da Luigi Einaudi nel 1954, sono oggi più che mai attuali. Nel mondo in cui viviamo, soggetto a cambiamenti repentini e a un costante aumento della complessità, nessun Paese ha i mezzi e le risorse per farcela da solo. Se i Paesi che compongono oggi l’Unione Europea rappresentavano trent’anni fa un quarto del PIL del mondo, tra venti anni arriveranno al massimo all’11%.

E non solo questione di PIL: la sicurezza internazionale, il cambiamento del clima, il calo demografico sono sfide che richiedono un’Europa più unita, più autorevole ed efficace. Solo un’Europa più coesa, determinata e concreta nel suo agire potrà dare ai nostri cittadini protezione e prospettive di una vita migliore.

È necessario completare il percorso di integrazione avviato 65 anni fa.

Su cosa agire

Per realizzarsi appieno in quanto potenza di valori e agire con concretezza e immediatezza nell’interesse dei cittadini europei, l’UE ha bisogno di strumenti all’altezza delle sfide odierne, di un salto istituzionale in avanti, realizzabile attraverso sette unioni – così come proposto da Enrico Letta – in materia di: politica estera, difesa, politiche di asilo comuni, energia, salute e diritti sociali. Qui ritorna il concetto di Europa a due velocità, o a geometria variabile, l’idea secondo la quale i singoli Stati membri dovrebbero integrarsi tra di loro a differenti livelli a seconda delle situazioni politiche ed economiche particolari. L’integrazione differenziata andrebbe implementata, mantenendo saldi cinque principi: rispetto dell’acquis comunitario e dell’integrità delle politiche e delle azioni dell’UE; rispetto del ruolo delle istituzioni europee; apertura a tutti gli Stati membri; condivisione dei poteri decisionali, dei costi e dei benefici solo tra i Paesi coinvolti.

Riforma dei Trattati e del processo decisionale

L’Unione Europea deve guadagnare coesione ed efficacia. Per farlo, va superata la visione intergovernativa che ne governa oggi il funzionamento. Il Parlamento europeo ha già indicato la strada: è necessaria una revisione organica dei trattati, in merito alla semplificazione della struttura istituzionale dell’Ue e all’ampliamento delle sue competenze.

Il primo punto da rivedere è la divisione delle competenze tra Stati e Unione, attribuendo a quest’ultima competenze condivise in materia di politica estera e della difesa, delle infrastrutture, della salute e del governo delle migrazioni, oltre che competenze esclusive in materia ambientale;

Va poi riformato il meccanismo decisionale che oggi vincola le scelte più importanti all’unanimità in seno al Consiglio europeo e al Consiglio dell’UE, abolendo il potere di veto salvo che in poche “strutturali” circostanze.
Va attribuito al Parlamento, vera espressione democratica dei cittadini europei, il potere di iniziativa legislativa che oggi gli è negato, e il potere di co-decisione (in materia fiscale, per esempio, unitamente alla Commissione).
Va semplificata la composizione della Commissione e unificato il ruolo di presidente della Commissione e del Consiglio europeo.

Va rafforzato il protocollo riguardante il rispetto dello Stato di Diritto.
È importante sottolineare che l’auspicabile allargamento dell’Unione Europea ai Paesi che da tempo aspirano a farne parte – Ucraina, Moldavia, Georgia e diversi Stati dei Balcani – potrà realizzarsi solo in presenza di una netto rafforzamento del “centro” dell’Unione, tanto in riferimento alle competenze quanto ai meccanismi attraverso i quali le decisioni vengono assunte – pena la paralisi delle istituzioni europee.

A tale proposito, ove la riforma dei Trattati – subordinata ad una procedura estremamente complessa e al consenso unanime di tutti gli Stati membri – dovesse rivelarsi impraticabile, andrà rivalutata la possibilità di dare luogo ai cambiamenti necessari attraverso la formula della “Cooperazione rafforzata”, già utilizzata per far nascere l’euro e per attivare il trattato Schengen. Si tratterebbe anche in questo caso di dare luogo ad un “passo avanti” dei Paesi che condividono l’idea di una maggiore integrazione e di una nuova governance, a costituire il “nocciolo duro” della nuova Unione Europea.

Questa sfera di maggiore integrazione – che prefigura la nascita di un’”Europa a più velocità” – dovrà comunque fare salvi i seguenti princìpi: rispetto dell’acquis comunitario e dell’integrità delle politiche e delle azioni dell’UE; rispetto del ruolo delle istituzioni europee; apertura a tutti gli Stati membri; condivisione dei poteri decisionali, dei costi e dei benefici solo tra i Paesi coinvolti.

Adeguare il bilancio europeo alle attuali sfide politiche e geopolitiche

Da decenni, il bilancio dell’UE si è attestato all’1% del PIL, che oscilla tra i 160 e i 180 miliardi di euro all’anno. Si tratta di una somma decisamente non all’altezza delle ambizioni dell’UE. È perciò necessario affrontare una riforma radicale sia sul fronte dei ricavi che delle spese per rendere l’azione dell’UE più efficace su tutti i fronti: dall’innovazione alla transizione ecologica, dalla difesa alla sfera sociale. Dal punto di vista degli investimenti a debito, il Recovery and Resilience Facility (RRF), al centro del Next Generation EU (NGEU) ha rappresentato fin qui un’eccezione, che andrà ad esaurirsi nel 2026. La possibilità di contrarre debito comune rimarrà tuttavia essenziale per affrontare partite decisive come quelle della competizione industriale con USA e Cina e della transizione “green”. Ciò richiede che si affronti il capitolo delle “risorse proprie” dell’Unione, in relazione all’aumento delle sue competenze, da collegare a strumenti che con effetto leva siano in grado di mobilitare e indirizzare ad obiettivi condivisi l’ingente massa del risparmio privato, con l’obiettivo di arrivare alla creazione di un Fondo sovrano europeo per finanziare le spese strategiche relative ai beni comuni europei. Si tratta, in sostanza, di dare vita ad una vera capacità fiscale centrale dell’Unione Europea.

I progetti legati ai veri EPG, quelli finanziati e forniti direttamente al livello dell’UE, per la salute, transizione digitale, la transizione verde ed energetica, la transizione sociale, la sicurezza e la difesa dovrebbero essere la priorità. D’altra parte, i progetti finanziati dall’UE ma gestiti a livello nazionale dovrebbero essere legati a riforme e buone prassi, come accade con il NGEU.

Con riferimento ai ricavi, l’attuale modello basato su tasse doganali, una piccola parte dell’IVA, e contributi nazionali è del tutto insufficiente. Nuove fonti di ricavo devono essere introdotte, tra cui i proventi del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), quelli derivanti dalla vendita di permessi di emissione e dalla tassazione delle multinazionali, e contributi degli Stati membri al finanziamento di progetti pan-europei.

Completamento del Mercato Unico

Il completamento del Mercato unico rappresenta per l’Unione europea un fondamentale fattore potenziale di crescita e di creazione di posti di lavoro. Il rapporto redatto da Enrico Letta indica con chiarezza quali passi vadano affrontati per arrivare al risultato. Si tratta di superare le resistenze, le rigidità e le incongruenze che impediscono al più grande mercato del mondo di funzionare come potrebbe, limitando le potenzialità di sviluppo dell’Europa e danneggiando imprese e consumatori. Tre aree in particolare richiedono d’essere finalmente integrate: finanza, energia e telecomunicazioni, dove la mancanza di un mercato unico ha impedito fin qui la nascita di “campioni europei” in grado di competere con le grandi aziende americane e cinesi. Altrettanto importante è la messa a punto di strumenti che consentano di mettere i capitali privati al servizio dell’economia europea (Enrico Letta propone un’”Unione dei risparmi e degli investimenti”).

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